Casa

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La dimora è una dignitosa scatoletta, che si sviluppa su due livelli. Piano terra, primo piano e, infine, due rampe di scale che fanno accedere a un piano terrazzato che occupa tutto il perimetro dell’edificio. Qui si abita attualmente in 7 persone. A fianco di esso si trovano altri due o tre edifici: uno sicuramente adibito ad abitazione per il gruppo di suore indiane che sono coinvolte direttamente con la scuola elementare; poi altre due costruzioni adibite a uffici. Le forme e i colori sono sempre i medesimi: scatolette di colore rosso bordeaux. Dunque un lato del perimetro dell’area residenziale è occupato da questi edifici bassi. Perpendicolare ad essi – e siamo sul secondo lato – si piazza la scuola elementare, alquanto alta, che si sviluppa decisamente in orizzontale. Ogni mattina il piazzale antistante accoglie una ventina di scuolabus, senza menzionare quelli che rimangono fuori dall’area. Vi è un incredibile nugolo di bambini e bambine che dalle 7.30 del mattino corrono e si rincorrono. Il terzo lato del perimetro è occupato da un complesso recentemente costruito, che raduna in sé stanze per dormire con bagno privato – credo il numero sia sufficiente anche per dare ospitalità -, stanze per i più svariati uffici e servizi, sala da pranzo, una grande aula che accoglie una chiesa e sopra la quale si trova un altro vano, ampio uguale, ma ridotto in altezza, adibito a luogo di culto. Tutto il complesso è nuovo, sa di buono, è pulito, ha illuminazione a led, munito di aria condizionata ovunque, e si sviluppa in tre piani. La moltiplicazione degli spazi interni adibite alle più svariate necessità e richieste è conseguenza del fatto che l’identità di questa parrocchia è multiculturale: arabi, filippini, indiani con le loro differenti lingue, i loro precisi e determinati usi e costumi. E non è finita. Il numero maggiore di immigrati penso sia da attribuire a quelli provenienti dalle Filippine. Fino a non molto tempo fa, la maggioranza era appannaggio degli indiani, che non sono da considerarsi propriamente come una unitarietà ma come somma di identità che si comprendono tramite l’inglese. L’ultimo lato del perimetro è l’entrata: un cancello maggiore centrale per l’accesso degli scuolabus e di qualche altro autoveicolo con specifico permesso, e due laterali di più modesta dimensione per il passaggio dei pedoni. C’è sempre un via vai di gente. In questi giorni di Natale il volume è aumentato.

Dunque definito cosa si trova lungo i lati del perimetro dell’area, è facilmente arguibile l’esistenza di uno spazio aperto, asfaltato, quasi come se fosse una piazza di ragguardevoli dimensioni. Al centro di esso sorge la cattedrale, che tale, dall’esterno, non sembra proprio. Non esistono e non sono consentiti i campanili, a motivo dei minareti. Non si slancia in alto e non lo può fare, perché deve essere comunque rispettosa dell’altezza della moschea lì contigua. Non può essere posizionata nessuna croce accanto all’edificio o sopra il tetto, per la sua possibile troppo visibilità. È stato permesso di “tracciarla”, in modo molto sobrio, sul muro della facciata del nuovo complesso tramite una serie di lucine disposte a d’uopo. La cattedrale è l’edificio più datato, la sua presenza non dà alcuna idea di edificio sacro. Sembra l’entrata di una palestra stile anni 70. L’interno è una vasta aula. Ci sono solo due fila di banchi, ma essi sono molto lunghi. Possono starci seduti comodi una ventina di filippine, visto che sono mingherline assai. In fondo, fissati alle pareti, ci sono due schermi dove vengono sistematicamente proiettati testi delle canzoni, alcune parti delle celebrazioni, immagini e altro a seconda dei casi. Ancora non ho visto PowerPoint in azione. Anche qui la A/C lavora alla grande.

Usciamo dalla cattedrale bassotta e andiamo a visitare l’interno della casa ove trascorro le mie ore, per lo più notturne. Prima però occorre sapere che lo spazio della vasta corte interna asfaltata funge da vero e proprio crocevia e luogo di incontro. Lì ci si accorda su tutto: dal piccolo commercio fino alla data di matrimonio. Vi è letteralmente un pulsare di vita!

Dicevamo, la casa è dignitosa seppur non recente. Varcata la porta di ingresso, alla propria destra ci si incammina in un corridoio a L che ospita alcuni uffici e in fondo al quale si entra in una ridotta biblioteca con due computer. Ritornando sui nostri passi, ripassiamo davanti alla porta di ingresso e proseguiamo oltre, lasciandola alla nostra sinistra. Quello che ci accoglie è un ampio salone, modulabile in una sala da pranzo capace di contenere anche 50 persone. Accanto a questo salone, sempre sulla nostra sinistra, il muro perimetrale si interrompe per farci accedere alla sala udienze. La parola suona grossa, posso immaginare, ma è quello il suo ufficio. Essa è calda e accogliente e ti fa voglia di metterti comodo e passarci un po’ di tempo. È, come dire, un altro saloncino, ma più raccolto, arricchito di divani e di tavolinetti bassi in vetro, caso mai volessi offrire qualcosa e prendertela comoda davanti a una tazza di the. Lasciando questo luogo ameno, attraversiamo una porta. Da una parte il corridoio si fa più stretto, procede a zigozago e porta alla cambusa, alla lavanderia, al magazzino e all’ufficio del responsabile delle comunicazioni. Lungo le pareti, ci sono diversi frigoriferi di diversa capienza, fattura e forma. Dall’altra parte, si apre a noi la cucina. Non è moderna. È parecchio vissuta. La scelta delle mattonelle e delle piastrelle non è stata una tra le più felici, poiché l’impressione è quella che ti manca ancora qualcosa da pulire. Tuttavia non è abbandonata a se stessa, ma è tenuta abbastanza bene in piedi da Lazarus, un tipetto indiano di Goha, simpatico, buono e che ride in falsetto. Una cosa di cui sicuramente ti stupiresti, se potessi udire il tono e il timbro con i quali il nostro cuoco parla. Fa lui, dunque, da mangiare. È aiutato da sua moglie, Rosy, che viene più tardi. Hanno un figlio, Leroy, che gioca a calcio. Noi li aiutiamo lavando i piatti. Dopo la cucina, si giunge alla sala da pranzo. Unico è il tavolo attorno al quale ci si siede. Ha sempre una tovaglia bianca. Sopra di essa, davanti al proprio posto, ci sono altrettante tovagliette in stile americano, onde evitare che quella maggiore, quella bianca, si sporchi troppo velocemente. Ognuno ha un tovagliolo di stoffa o di cotone, avvolto in un anello di diverso materiale. Attorno ai due piatti hai un sacco di posate: a sinistra due forchette, a destra due coltelli e un cucchiaio; davanti un cucchiaino o una forchetta da dolce, alla destra dei quali la tazza da the, mentre alla sinistra un bicchiere di diversa forma e seconda delle ore. A colazione quello per l’aranciata. A pranzo e cena, il calice per il vino. Alle 10 e alle 16.15 al tea time è l’ora delle tazze. Esso è come un momento di incontro e confronto, scambio di informazioni e antidoto alla frenesia. A ogni modo è a colazione che la tavola è parecchio affollata da tutti questi oggetti nel medesimo tempo.

Si mangia bene. A colazione, cereali, frutta, pane, succo di aranciata, the, caffè, marmellata, burro. A pranzo e a cena, la prima portata è sempre una zuppa. Talvolta arriva una inedita pastasciutta. Ogni giorno una pietanza di carne. Pesce, poco. Verdura cruda a nastro. Quella cotta presente nonostante tutto, a dispetto delle patate. Se c’è un motivo per festeggiare ci scappa il dolce. Vino non manca. Qualche alcolico pure. Una volta alzato da tavola, ti giri e ti ributti in uno spazio perimetrato da divani rossi, che ti accolgono nel loro spazio postprandiale. Relegata a un angolo vi sta la televisione, il cui decoder è fissamente sintonizzato sulla BBC world.

Ora per non rimanere anche noi fissati e fissi al piano terra, portiamo i nostri passi verso il primo piano. Se non sei equilibrato nel mangiare, a lungo andare, anche fare le scale può essere una impresa. Al primo piano ci sono le stanze di ognuno, più un piccolo luogo comune adibito a cappella. La mia stanza ha due letti separati, quindi anche due comodini in legno. Una scrivania modesta ma sufficiente. Sotto la scrivania un mobiletto con cassetti, che in origine era “mobile” perché ha le ruote, ma per un non ben precisato motivo è ancorato alla scrivania, sicché quando credi di muovere una cosa, in realtà ne muovi due. Accanto alla porta di entrata, ma dietro di essa, ho un materasso a una piazza, lì in piedi protetto da un lenzuolo bianco. Valutando lo spazio libero a disposizione, se lo si usasse non consentirebbe né l’uscita né l’accesso alla stanza. Mi lascia degli interrogativi la sua presenza, ma tant’è che è meglio continuare a fare la conoscenza con il signor armadio, le cui ante sono scorrevoli con conseguente guadagno di spazio. È sufficientemente capiente. Il bagno è esterno alla camera, giusto la distanza di 4 passi. Anche le finestre sono scorrevoli, ma non si aprono granché bene. Hanno una tenda pesante che non permette né di vedere né di essere visti. Sotto la finestra, scostato a lato, fissato alla parete, ecco che abbiamo il dispositivo per l’A/C regolato sui 25 gradi. Il materasso non è il massimo. È mollo tanto che dopo quattro di sono è meglio che ci si alzi e si vada a sgranchirsi le ossa. Sto valutando seriamente se dormire per terra.

Esco di casa abbastanza spesso, mosso dalla curiosità di osservare le persone e se magari ci scappa un incontro, non mi dispiace. La gente ha molto rispetto e reverenza per qualsiasi figura religiosa. I filippini ti prendono la mano e se la portano alla fronte, mentre si inchinano davanti a te. Gli indiani ti offrono pure loro la propria deferenza. È inusuale assai. Credo che chi è tronfio di sé e ha una esagerata idea di se stesso, possa peggiorare davanti a simili atteggiamenti, perché davvero sei trattato con i guanti, riverito e servito. Da parte mia, indosso le scarpe da ginnastica e me ne vado a correre. Oppure mi vesto in incognito e mi comporto come un qualsiasi cittadino. Osservo. Vedo. Se capita un incontro, lo ripeto, non mi dispiace. Per questo primo mese, preferisco così. Non voglio creare legami che non posso mantenere. Per ora, basta un sorriso e una cordiale chiacchierata sul più e sul meno. E dire che di lavoro ce ne sarebbe da fare. Lavoro intendo a un livello di umanità. Si lavora quasi ininterrottamente.

Prevale la solitudine; poco tempo per le relazioni: mangi e dormi, espleti le tue esigenze fisiologiche, se sei da solo ti fai un pornazzo su internet. O vai nei centri per massaggi se hai i soldini; raggiungi l’orgasmo e hai scaricato il nervoso. La pornografia su schermo è usufruita pure da donne. Intrallazzi ce ne sono. Tradimenti pure. Separazioni che si consumano a motivo della distanza si registrano. Dunque quello che ci sarebbe da fare riguarda il fatto della riscoperta della propria dignità e del ricuperare il coraggio di essere umani a tutto tondo e non solo macchine che producono e spendono.

In ultima, affermo che Il passaggio da lì a qui è stato come il passaggio da una stanza all’altra di casa. Il contatto con gli immigrati presenta, a ogni modo, caratteristiche profonde di umanità. I problemi economici sono quelli più assillanti. Ci sono diversi problemi anche relazionali, nel senso che si sono lasciati i propri figli o cari ai parenti più stretti o a chi sa quale destino. Lavorano per poter aiutare loro nei paesi di origine. Per lo più si sente che è una gente sradicata a forza dalla propria terra. In questo senso, la fede è molto sentita e vissuta a volte come unica via per non disperare. Certo a volte si ha un rapporto utilitaristico con la devozione, ma d’altra parte è l’unica cosa di sicura a cui possono aggrapparsi.

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Abu Dhabi

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Sono passati quasi dieci giorni dalla notte in cui sono atterrato in questo territorio. Lo sbarco non è stato alcunché di marziano. Aeroporto curato e nel medesimo tempo in espansione. Di sicuro non mi ha percorso la sensazione di atterrare in un altro pianeta. Tuttavia voglio portare alla vostra attenzione l’accostamento, voluto di proposito, tra “giorni” e “notte”. A seconda di come lo si voglia intendere, tale accostamento può indicare il consuetudinario passaggio dal tramonto all’alba o dall’alba al tramonto, quindi un normale succedersi di luce e di oscurità, oppure sempre tale accostamento può suggerire lo stato in essere di una anomalia. Non so se essa, fino ad oggi, possa definirsi anche come un paradosso; o se piuttosto essa stessa sia una paradossale anomalia. Lascio a chi leggerà, il diritto di farsi una idea. Io, per il momento, una idea me la sono fatta, ma con i fatti che narrerò, sarà possibile a ognuno di voi prendere posizione.

Dunque stavo parlando dell’aeroporto che è in fase di ampliamento e del suo essere di “bella presenza”. Alcuni dettagli sono decisamente accurati, tanto da non farti percepire di non essere in un luogo di transito, ma in una piazza sormontata da una pregevole arcata o estesa cupola, che avvolge il cuore, il centro di questo posto. Ma distolgo, per prudenza, lo sguardo dall’alto e lo riporto a un livello più orizzontale, giusto per non perdere le indicazioni e non finire addosso alle persone. La prima cosa che il mio sguardo orizzontale vuole verificare è saggiare il livello di sicurezza o di sorveglianza, come dir si voglia. A parte Tel Aviv, dove si giunge a volte, a un che dí parossistico, qui si respira un luogo che non ha mai provato alcuna tensione e non è stato oggetto di attentati. Il primo ufficiale scorto era una donna, la quale, e per tenuta e per uniforme, poteva benissimo ben figurare come una delle nostre tante vigilasse italiane…. Innocue ma fino a un certo punto. Nessuna arma in vista, nessun cane antidroga, nessuna strumentazione atta a monitorarti o a scannerizzarti. Arrivi sulla soglia del controllo dei passaporti, ti trovi davanti a una cinquina di emiratini e una emiratina, che controllano i tuoi documenti come dietro a un desk di una qualsiasi banca o ufficio postale. Non ci sono vetri di protezione, puoi sentire il profumo che si sono spruzzati. A regolare il traffico, vi sta un ragazzo che cammina su e giù, tranquillo lungo la linea gialla detta di “cortesia”. Appena è libero un posto, costui scagliona ogni singola persona, appartenente a una delle cinque o quattro fila, formate dai viaggiatori in arrivo. Nell’area c’è solo un militare graduato, ma lui lavora in un ufficio interno, non lo si vede, se non quando lo si chiama per un eventuale controllo avanzato del passaporto. Altrimenti hai semplicemente a che fare con dei normalissimi ragazzotti, vestiti con la loro tipica tunica bianca, smartphone alla mano e il capo coperto dalla kefiah a scacchi bianchi e rossi. Un senso di eleganza promana da quella foggia.

Passato il controllo passaporti e fatto attraversare il trolley in un macchinario a raggi x, mi avvio a ricuperare l’altra valigia. La non perfetta gentilezza dei responsabili allo smistamento bagagli mi ha fatto trovare, spezzato, il manico estraibile della valigia. Pazienza mi sono detto e mi sono avviato verso l’uscita. Prima di varcare la soglia, mi ero preparato ad affrontare un nugolo di tassisti pronti a conquistarsi il proprio cliente. Sapevo che strategia usare, ma inaspettatamente mi sono ritrovato con un funzionario dell’ ordine che, con regolarità, assegnava a ogni viaggiatore, in cerca di un passaggio, il suo taxi; tutto come se si fosse immessi in una catena di montaggio. I taxi dell’aeroporto sono neri, dei monovolume Chrisler, dotati di A/C, navigatore satellitare, con ampi sedili comodi in pelle. L’avventura ha inizio.

Prima della partenza, in Italia, avevo visto il percorso e il tempo di percorrenza non avrebbe dovuto superare la mezz’ora, anche perché arrivare alle 3 di notte avrebbe significato non trovare traffico per strada. Inoltre confidavo, appena visto, nel navigator del taxi. Pensavo… Basta mettere numero della strada e nome dell’isolato e di sicuro una mezza parvenza di moschea e di chiesa copta, l’avrei riconosciuta. Fra quei due edifici, infatti, si trovava la mia destinazione. Il fatto è che, primo, l’autista non sapeva dove arrivare; secondo, il navigator non era così preciso. Dunque quella mezz’ora prevista si è inevitabilmente prolungata di un bel po’. La stanchezza del viaggio iniziava a farsi sentire e il mio cervello non riusciva a capacitarsi della difficoltà a raggiungere la meta. Mi stavo già mettendo nell’ordine di idee si salutare, da un taxi, l’alba di un nuovo giorno. Tuttavia quello che ho appreso è che i tassisti, questo era indiano, sono organizzati in piccoli clan o gruppi, per cui se uno non sa dove andare, pur di tenere il cliente in macchina, fa un giro di telefonate fino a quando non trova un socio che sappia il luogo di destinazione. Alla fine tutto si è risolto per il meglio e ormai erano scoccate le quattro del mattino.

Ero nel posto giusto, alla mia sinistra la moschea, illuminata, alla mia destra la chiesa copta, pur essa illuminata. In mezzo un parcheggio. Un muro basso, davanti a me, correva da quella chiesa e arrivava fin quasi a toccare la moschea. Ma non capivo distintamente se quel muro appartenesse ai copti o meno. Fuori, zero scritte. Nella mia mano, un foglietto rosa con alcuni appunti che indicavano il posto, un numero di telefono del portiere e nulla più. Chiamo questo personaggio al cellulare, un nepalese, nessuna risposta. Attendo. Riprovo. Ora sono io nei casini, perché il credito si è esaurito. Che fare? Disorientato e stanco, faccio il giro della moschea, per vedere di trovare un campanello o una scritta. Zero. Il bagaglio iniziava a far sentire il suo peso. Il corpo reclamava acqua e letto. Senza spingermi oltre, decido di ritornare sui miei passi e vedere se il cancello di quel benedetto muro era l’accesso che io cercavo o l’entrata di proprietà della chiesa copta. A meno di un metro da esso, ecco che, con mio grande stupore, mi si aprono le porte e mi si presenta un tipetto, piuttosto basso, intabarrato, passamontagna. Si intravvedono solo gli occhi. Pronuncia il mio nome. Sono giunto! Condotto verso la stanza, finalmente mi arrendo al letto. L’acqua minerale accanto a me come un fido orsacchiotto. Spengo l’A/C e con questo terrò chiusi gli occhi finché non mi verranno a svegliare.

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