Abu Dhabi

Sono passati quasi dieci giorni dalla notte in cui sono atterrato in questo territorio. Lo sbarco non è stato alcunché di marziano. Aeroporto curato e nel medesimo tempo in espansione. Di sicuro non mi ha percorso la sensazione di atterrare in un altro pianeta. Tuttavia voglio portare alla vostra attenzione l’accostamento, voluto di proposito, tra “giorni” e “notte”. A seconda di come lo si voglia intendere, tale accostamento può indicare il consuetudinario passaggio dal tramonto all’alba o dall’alba al tramonto, quindi un normale succedersi di luce e di oscurità, oppure sempre tale accostamento può suggerire lo stato in essere di una anomalia. Non so se essa, fino ad oggi, possa definirsi anche come un paradosso; o se piuttosto essa stessa sia una paradossale anomalia. Lascio a chi leggerà, il diritto di farsi una idea. Io, per il momento, una idea me la sono fatta, ma con i fatti che narrerò, sarà possibile a ognuno di voi prendere posizione.

Dunque stavo parlando dell’aeroporto che è in fase di ampliamento e del suo essere di “bella presenza”. Alcuni dettagli sono decisamente accurati, tanto da non farti percepire di non essere in un luogo di transito, ma in una piazza sormontata da una pregevole arcata o estesa cupola, che avvolge il cuore, il centro di questo posto. Ma distolgo, per prudenza, lo sguardo dall’alto e lo riporto a un livello più orizzontale, giusto per non perdere le indicazioni e non finire addosso alle persone. La prima cosa che il mio sguardo orizzontale vuole verificare è saggiare il livello di sicurezza o di sorveglianza, come dir si voglia. A parte Tel Aviv, dove si giunge a volte, a un che dí parossistico, qui si respira un luogo che non ha mai provato alcuna tensione e non è stato oggetto di attentati. Il primo ufficiale scorto era una donna, la quale, e per tenuta e per uniforme, poteva benissimo ben figurare come una delle nostre tante vigilasse italiane…. Innocue ma fino a un certo punto. Nessuna arma in vista, nessun cane antidroga, nessuna strumentazione atta a monitorarti o a scannerizzarti. Arrivi sulla soglia del controllo dei passaporti, ti trovi davanti a una cinquina di emiratini e una emiratina, che controllano i tuoi documenti come dietro a un desk di una qualsiasi banca o ufficio postale. Non ci sono vetri di protezione, puoi sentire il profumo che si sono spruzzati. A regolare il traffico, vi sta un ragazzo che cammina su e giù, tranquillo lungo la linea gialla detta di “cortesia”. Appena è libero un posto, costui scagliona ogni singola persona, appartenente a una delle cinque o quattro fila, formate dai viaggiatori in arrivo. Nell’area c’è solo un militare graduato, ma lui lavora in un ufficio interno, non lo si vede, se non quando lo si chiama per un eventuale controllo avanzato del passaporto. Altrimenti hai semplicemente a che fare con dei normalissimi ragazzotti, vestiti con la loro tipica tunica bianca, smartphone alla mano e il capo coperto dalla kefiah a scacchi bianchi e rossi. Un senso di eleganza promana da quella foggia.

Passato il controllo passaporti e fatto attraversare il trolley in un macchinario a raggi x, mi avvio a ricuperare l’altra valigia. La non perfetta gentilezza dei responsabili allo smistamento bagagli mi ha fatto trovare, spezzato, il manico estraibile della valigia. Pazienza mi sono detto e mi sono avviato verso l’uscita. Prima di varcare la soglia, mi ero preparato ad affrontare un nugolo di tassisti pronti a conquistarsi il proprio cliente. Sapevo che strategia usare, ma inaspettatamente mi sono ritrovato con un funzionario dell’ ordine che, con regolarità, assegnava a ogni viaggiatore, in cerca di un passaggio, il suo taxi; tutto come se si fosse immessi in una catena di montaggio. I taxi dell’aeroporto sono neri, dei monovolume Chrisler, dotati di A/C, navigatore satellitare, con ampi sedili comodi in pelle. L’avventura ha inizio.

Prima della partenza, in Italia, avevo visto il percorso e il tempo di percorrenza non avrebbe dovuto superare la mezz’ora, anche perché arrivare alle 3 di notte avrebbe significato non trovare traffico per strada. Inoltre confidavo, appena visto, nel navigator del taxi. Pensavo… Basta mettere numero della strada e nome dell’isolato e di sicuro una mezza parvenza di moschea e di chiesa copta, l’avrei riconosciuta. Fra quei due edifici, infatti, si trovava la mia destinazione. Il fatto è che, primo, l’autista non sapeva dove arrivare; secondo, il navigator non era così preciso. Dunque quella mezz’ora prevista si è inevitabilmente prolungata di un bel po’. La stanchezza del viaggio iniziava a farsi sentire e il mio cervello non riusciva a capacitarsi della difficoltà a raggiungere la meta. Mi stavo già mettendo nell’ordine di idee si salutare, da un taxi, l’alba di un nuovo giorno. Tuttavia quello che ho appreso è che i tassisti, questo era indiano, sono organizzati in piccoli clan o gruppi, per cui se uno non sa dove andare, pur di tenere il cliente in macchina, fa un giro di telefonate fino a quando non trova un socio che sappia il luogo di destinazione. Alla fine tutto si è risolto per il meglio e ormai erano scoccate le quattro del mattino.

Ero nel posto giusto, alla mia sinistra la moschea, illuminata, alla mia destra la chiesa copta, pur essa illuminata. In mezzo un parcheggio. Un muro basso, davanti a me, correva da quella chiesa e arrivava fin quasi a toccare la moschea. Ma non capivo distintamente se quel muro appartenesse ai copti o meno. Fuori, zero scritte. Nella mia mano, un foglietto rosa con alcuni appunti che indicavano il posto, un numero di telefono del portiere e nulla più. Chiamo questo personaggio al cellulare, un nepalese, nessuna risposta. Attendo. Riprovo. Ora sono io nei casini, perché il credito si è esaurito. Che fare? Disorientato e stanco, faccio il giro della moschea, per vedere di trovare un campanello o una scritta. Zero. Il bagaglio iniziava a far sentire il suo peso. Il corpo reclamava acqua e letto. Senza spingermi oltre, decido di ritornare sui miei passi e vedere se il cancello di quel benedetto muro era l’accesso che io cercavo o l’entrata di proprietà della chiesa copta. A meno di un metro da esso, ecco che, con mio grande stupore, mi si aprono le porte e mi si presenta un tipetto, piuttosto basso, intabarrato, passamontagna. Si intravvedono solo gli occhi. Pronuncia il mio nome. Sono giunto! Condotto verso la stanza, finalmente mi arrendo al letto. L’acqua minerale accanto a me come un fido orsacchiotto. Spengo l’A/C e con questo terrò chiusi gli occhi finché non mi verranno a svegliare.

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